Se nel post precedente parlavamo di realtà che hanno ignorato – volutamente o meno – quel che è accaduto negli ultimi due mesi (lo “stare fermo”) e alcuni effetti a breve o lungo termine che il COVID-19 sta avendo ed avrà sulla comunicazione (non siamo certo virologi o immunologi, ci limitiamo a quel che conosciamo), oggi ci concentriamo su chi invece ha saputo agire in modo tempestivo ed efficace e lo sta ancora facendo in queste prime settimane di Fase 2.

Partiamo da un esempio (apparentemente) semplice: Chiara Ferragni.

Una delle chiavi del suo successo è sempre stata quella di saper intercettare le “emozioni” del suo pubblico: da quando è iniziato il lockdown la sua comunicazione è completamente cambiata, la dimensione proposta è quella famigliare, dall’abbigliamento alla cucina, passando per le attività da fare in casa con i più piccoli. L’inserimento saltuario di immagini patinate o legate al mondo fashion è sempre collocato nell’ambito del ricordo o del desiderio di riavere presto un ritorno alla “normalità”, sentimenti perfettamente condivisibili e comprensibili per chiunque.

Influencer (vera) da quasi 20 milioni di follower su Instagram, imprenditrice, ha lanciato un suo marchio ed è legata a doppio filo ad alcuni dei brand più importanti del mondo dell’alta moda, e non solo.

Un paio di settimane fa ha pubblicato una foto dalla sua cucina mentre mostra con orgoglio una splendida cheesecake, realizzata con il formaggio di una nota azienda di produzione casearia, esplicitamente citata (il post è adeguatamente accompagnato dall’hashtag adv). Perché una persona che raramente avremmo associato alla produzione casalinga di dolci adesso si mostra nella sua veste di pasticciera dilettante?

Perché funziona?

Perché il suo brand è lei stessa, che si trovi su una passerella, un red carpet o a carponi sul parquet di casa a giocare con il figlio.

Un altro esempio virtuoso? Nike.

Quando ormai il lockdown era diventato una condizione mondiale, ha lanciato questo spot.

Ecco, se adesso avete una bruschetta nell’occhio (cit.) è perché per l’ennesima volta Nike è riuscita a emozionare e coinvolgere. Mettiamo un attimo da parte i discorsi sull’etica dei grandi brand e concentriamoci solo sugli aspetti comunicativi.

Una delle più note aziende di abbigliamento sportivo del mondo, sponsor di atleti che sono leggende dello sport e di squadre che ogni anno fanno incassare milioni di dollari/euro, si ritrova in un momento storico in cui lo sport di squadra è fermo in quasi tutto il mondo e in generale l’attività ginnica, anche individuale, è fortemente limitata.

Quindi, cosa fa?

Decide di parlare al cuore delle persone, con poche frasi ed immagini potenti, che creano un’immediata connessione. Stadi e campi da calcio vuoti, atleti professionisti che si allenano a casa alternati a video di persone comuni che si trovano nella stessa situazione.

Io che mi alleno con un tappetino davanti al pc (indossando una maglia con il celebre swoosh), oggi non sono così diversa da una stella delle Olimpiadi che dovrà aspettare un altro anno per coronare il sogno di una medaglia. E (spoiler) la bambina sorridente che chiude lo spot dopo un salto mortale forse un giorno sarà la nuova Simone Biles.

La squadra promossa da Nike qui non è più quella di un gruppo di professionisti dello sport. Siamo tutti noi. “This is our chance. Play for the world”.

Sii te stesso (la migliore versione di te!)

Anche in questo momento quindi, un brand (che sia un’azienda, un professionista, una rete di imprese) deve dimostrare coerenza e consapevolezza. Fingere che niente sia cambiato sarebbe disturbante, modificare completamente il proprio approccio (magari scegliendo toni troppo divergenti da quelli abituali) potrebbe creare un ulteriore distacco con il proprio pubblico di riferimento.

Ovviamente non è semplice, soprattutto in un momento in cui le attività produttive sono solo parzialmente operative e una riapertura totale è ancora un lontano miraggio.

La comunicazione (cioè la forma con cui ci si presenta al mondo) può e deve adattarsi alla realtà, esterna ed interna alla propria attività.

Quindi che cosa si può fare di concreto?

Ne parliamo nella prossima puntata…

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