Si perde l'alchimia del ritratto quando si scatta una foto da remoto?

Da quando siamo costretti in casa a causa della pandemia da coronavirus, l’unico modo per vedere i nostri cari è attraverso una webcam o la fotocamera di un telefono cellulare. Questo processo, diventato ormai obbligato, mi ha fatto riflettere su quali siano le differenze di percezione di un volto che appare in videochat su Zoom o Skype rispetto a uno situato fisicamente davanti a voi. E la domanda istantanea di rimbalzo a questi pensieri è stata: è possibile scattare un ritratto “autentico” online? In questi giorni si vede fiorire in giro per la rete il ritratto eseguito come screenshot di videochiamata. Tutti ci si cimentano, ci sono fotografi famosi e pagine create proprio per questo scopo. Molti sono anche esteticamente belli eh, ma non posso evitare di chiedermi se un ritratto scattato così abbia la stessa valenza di uno scattato in location. Non parlo di bellezza estetica fine a se stessa, parlo di intensità, profondità dello scatto, capacità di raccontare la persona ritratta. Per capirci, la ragazza afghana fotografata da McCurry, sarebbe venuta così anche tramite whatsapp? Sicuramente no, e su questo credo siamo d’accordo tutti. Ma perché?

C'è una definizione di "ritratto"?

Quando ero alle prime armi in ambito fotografico, mi chiedevo cosa ci fosse di tanto affascinante in un ritratto: non si tratta semplicemente di una foto a una persona? Come fa un bel ritratto a essere diverso da un ritratto normale? Nel tempo ho trovato le mie risposte, tanto da arrivare a fare di questo genere il mio mestiere. E curiosamente, quelle risposte si adattano perfettamente alle domande che mi pongo in questo post, trovandone ulteriore conferma.

Ma andiamo con ordine.

Da ritrattista so quanto sia difficile passare emozioni tramite una riproduzione bi-dimensionale di una situazione reale, che si tratti di foto o video: è per questo motivo che in uno shoot professionale si cura la luce, si scelgono gli obiettivi giusti, e si “perde tempo” a fare una color correction coerente con lo spirito del progetto. Tutto questo serve a colmare le lacune della non presenza in loco della persona che vedrà le immagini in un altro tempo e in un altro luogo, a far provare delle emozioni tramite l’immagine.

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Ma tradizionalmente – e per ovvie ragioni – il fotografo e il soggetto condividono un mood in uno stesso spazio e uno stesso tempo, sviluppano il progetto fotografico seguendo un flusso, pre-determinato o improvvisato che sia, che è vissuto empaticamente nel momento dello svolgimento, dello scatto delle foto stesse.

Inoltre, se già la percezione di un volto cambia fortemente se vista attraverso un obiettivo, figuriamoci se chi osserva il volto non è nella  stessa stanza. In questo caso si è costretti a riconoscere i tratti distintivi delle persone vedendo solo una ristretta porzione del loro corpo, quella delimitata dall’inquadratura di una webcam o dalla fotocamera di un telefono cellulare, cambiando abitudini che ci portiamo dietro da… Beh, da sempre. Da ancora prima che l’Homo sapiens esistesse.

Siamo evoluzionisticamente abituati a “leggere” e “capire” (o almeno intuire) chi ci sta davanti usando tutti i sensi, percependo una miriade di piccoli dettagli come un profumo, o una stretta di mano, o un tic della mano, o un ballettare del piede, ecc. Ma se “croppiamo”, tagliamo fuori tutti i sensi e lasciamo agire solo la vista, già abbiamo perso molto della persona con cui comunichiamo. E se a questo aggiungiamo che quello che vediamo (l’unica fonte di conoscenza rimasta) è confinato dai margini di una webcam, allora ci accorgiamo che di questa persona rimane ben poco.

Ritrarre qualcuno significa restituirlo all’attenzione di altri in modo tale che questi risulti autentico o che veicoli un senso che l’autore applica con una particolare interpretazione con il sapiente uso dei mezzi a sua disposizione (definizione questa che, tra l’altro, trascende il tipo di opera: si può trattare di una fotografia, come un dipinto o di un racconto, o di una poesia, ecc.).

Ma siamo davvero sicuri che qualcosa non si perda togliendo la persona stessa dallo spazio fisico al momento dello scatto? Dopotutto i  pittori lo hanno sempre fatto: La Gioconda stessa, forse il ritratto più famoso di tutti i tempi, non è mai stata ultimata e sembra sia stata continuamente ritoccata da Leonardo fino ai suoi ultimi giorni di vita in Francia, ben sedici anni dopo averlo cominciato – o addirittura si tratta di un secondo dipinto cominciato ad anni di distanza! Quanto della vera Lisa è rimasta sulla tavola?

La Gioconda

Lost in connection

Qualcosa inevitabilmente si perderebbe in fotografia. La sua creazione in sé sottintende un’immediatezza molto diversa.

E poi, dal vivo non ci soffermiamo sui dettagli del volto, ma in foto vogliamo “uscire bene”, vogliamo far sparire brufoli, rughe e occhiaie: come funziona sul web? Sarà la stessa cosa? Ci focalizziamo sui dettagli del volto? O dello sfondo? Oppure, come succede dal vivo, facciamo una sintesi mentale di tutto quello che vediamo e astraiamo il volto dell’interlocutore, senza soffermarci troppo sui particolari?

Probabilmente è proprio così, visto che lo facciamo da sempre. Ma la vita reale è analogica, è fluida, è continua. Un video trasmesso online è digitale e ai nostri occhi non arriva un flusso continuo reale ma, quando va bene, arrivano trenta frame al secondo. Quindi quello che facciamo in realtà è immagazzinare trenta immagini ogni secondo, fare una media e poi processare il tutto in un continuum fluido.

Qui si sfocia un po’ nella psicologia cognitiva, ma non è affascinante? Perché se tutto questo è vero, un ritrattista che dovesse scattare una foto in questa situazione, via webcam e senza controllo diretto sulla luce o sulla scena, farebbe molta fatica ad esprimere una propria interpretazione del soggetto. Avevo pensato anch’io di fare uno shoot da remoto, lo ammetto. Poi per vari motivi sono arrivato tardi e quando ho visto i lavori di altri mi sono posto le domande che ho condiviso con voi appena adesso.

La risposta

Dal vivo tutto è filtrato attraverso i nostri occhi (e poi dalla nostra concezione del mondo, dai nostri valori, ecc.), ma almeno siamo lì a vivere il momento con un’altra persona. Via webcam arriva invece già un ritratto semi-lavorato, un riquadro in cui non sono io a scegliere cosa vedere e cosa no, principalmente perché non conosco il luogo in cui il soggetto si muove e non sono lì per vedere cosa includere nell’immagine e cosa lasciar fuori. In più, manca la connessione empatica tra soggetto e fotografo, quindi il tutto diventa un freddo mettersi d’accordo sulla scena, sul trucco, sull’abbigliamento e sulla posa. Niente estro, niente improvvisazione ispirata. Una brava modella può sempre trovare una posa suggestiva, e al tramonto si possono sempre trovare begli scorci in qualsiasi casa, ma qual è quindi il vero valore di un ritratto? Cosa aggiungo a quello che già si vede ogni giorno? Cosa racconto?

Insomma, ho finalmente capito che in queste situazioni si possono scattare bellissimi screenshot di persone, anche suggestivi, ma sicuramente non un Ritratto.

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